Racconti e poesie – Attilio Seccia

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€ 16.00

Autori: Attilio Seccia
Genere: Narrativa
Formato: 14×21 cm, brossura
Edizione: 2010
Pagine: 184
Collana: Fuori collana
ISBN: 978 8888 302 93 5
Prezzo di copertina: € 16,00
Questo libro sostiene i progetti umanitari della Cooperativa Sociale “L’isola Amantani”.
www.lisoladiamantani.org

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Descrizione prodotto

«Sotto l’onda di particolari emozioni (purché conosca le regole grammaticali) financo un giornalista può riempire pagine significative». Così, con queste parole, Attilio allude sicuramente a se stesso (La tragressione). Non proprio pertinente, però, è il risalto dato alle emozioni, perché lui, pur essendo spinto dal cuore, in realtà il cuore lo ha sempre fatto accompagnare dalla ragione. Non è stato mai un vero emotivo; anzi, ha sempre fortemente criticato ed osteggiato l’attuale culto dell’emozione, diffuso, in special modo, dall’onnipresente televisione. I rimproveri da lui rivolti al nostro tempo, ai suoi miti e ai suoi riti, sono sempre impastati, infatti, di ricerca, di osservazioni e riflessioni, di dati offerti al controllo. Ce lo rivela, un po’, il riferimento ironico alle regole grammaticali ormai desuete.
Attilio il vero non lo dice quando, con pudore, definisce le pagine da lui scritte soltanto «significative»: non le dice artistiche oppure poetiche. (Del resto, in un altro sicuro riferimento autobiografico, si definisce «scrittore moraleggiante fallito»). Eppure, in certi momenti, specialmente quando forte si fa la nostalgia per un mondo che non c’è più, distrutto dal trionfante apparire, dalla trasgressione, dal mercato (La Madonna del Rosario, Il blu), e riemerge l’immagine d’un mondo agreste, povero ma onesto, la poesia campeggia in modo sicuro; e l’arte, anch’essa, si mostra robusta allorquando l’ironia di Attilio, mantenendosi lieve, riesce ad inventare storie incredibili, come La “O” oppure Morire a Natale.
Nei racconti, e nelle poesie che li intercalano, c’è sempre l’Attilio che scriveva per «Aelion» tra il 1991 e 2005 o, prima ancora, per «Il dibattito», con la sua ragione «forte». Non può, lui, in alcun modo accettare la «vera e propria anticoscienza che percorre il tempo dell’elettronica», tempo in cui «la cultura si chiama intrattenimento», il «romanzo etico», scelto per un «pubblico che vuole pensare», non ha udienza e non c’è spazio per la poesia, l’«autentica, “alata” poesia».
C’è qualcosa di nuovo, però, in questo libro, sia sotto il profilo della visione del mondo che della resa artistica. I «pezzi» scritti per un giornale soffrono dell’urgenza e della sintesi; nei racconti, Attilio può più pacatamente distendere la sua scrittura, smussare l’ironia di certe asprezze, scavare più a fondo nel suo animo e in quello dei suoi personaggi ed indagarne le fibre una ad una. Soprattutto, in essi si trovano le motivate ed articolate «radici» di alcune sue fulminanti espressioni che, negli articoli per giornali, sembrano a volte giochi di parole detti per stupire o, se ripetute, quasi dei «tic» verbali.
Presentando gli scritti consegnati a «Aelion», scrivevo che Attilio aveva sempre in mente l’antica e genuina Pescara, quella di prima della sua odierna «corruzione», che pensò di ritrovare a Guardiagrele, definito il «paese dell’anima».
I racconti di questo libro confermano quella intuizione in modo potente. Riemerge, dopo trent’anni, dal taschino del defunto Rosario, la fotografia di un gruppo di amici e Filippo, osservandoli e ricordandoli, si sofferma a considerare «l’imprevedibile teatro della vita» che si è snodata all’interno di una «città cresciuta a dismisura», lontana le mille miglia dal tempo che, «nelle alberate vie tranquille, circolavano ancora le carrozzelle». Attilio, in Era Gilda, è Martino, che «identifica la sua città con la parte storica di essa», «logicamente nostalgico del tempo perduto ed amico della musica classica» e, perciò, si lascia prendere «a fare esercizi di memoria e di fantasia».
Ma il tempo è irrecuperabile. Gilda, figlia di un sarto, che sembrava, per la regalità del suo incedere, «la figlia di un principe», immaginata per anni e per anni cercata inutilmente, appare per un attimo orribilmente trasformata. Attilio ne fissa, con sapienza, un solo tratto: «la chiattona». È fortunato, Martino, a non vederla… Il sogno può durare ancora!
La verità è che, in questi racconti, aleggia il senso della precarietà e della ineluttabile fine delle persone e delle cose. Il tema della morte è presente in più d’uno (La “O”, La trasgressione, Il blu, Morire a Natale) e l’oltretomba diventa il punto di vista, il criterio assoluto di riferimento e di misura per interpretare e giudicare il mondo dei vivi.
Emblematico è Il blu. Di tre fratelli, l’unico superstite pensa malinconicamente a «quante migliaia di giorni i fratelli avevano vissuto immemori di lui (= di Federico), che immemore di loro viveva sotto altro cielo, assieme a sconosciuti». E lì, nel cimitero, ove ora Federico riposa, «liberato dalle cure, dalle infinite cure che complicano ogni giorno di più la sventura dei vivi» e guarda il mare, il nativo quartiere, la casa paterna dall’alto dell’intatta collina, la famiglia si ricompone, insieme con la memoria. Sembra assurdo, ma, negli occhi del superstite che si allontana, si conserva «una visione di festa – la prima – col fratello nella nuova residenza».
Si tocca con mano la profonda religiosità di Attilio, una religiosità certamente non istituzionale, né formale o intimistica; basata soprattutto sul rifiuto che «l’impegno per una maggiore giustizia nella terra debba in qualche modo contrastare con la morale del cielo». La sua attenzione è rivolta agli uomini, all’umanità che essi si portano dentro e che, in tanti modi, è svilita, sfigurata, violentata. La ragione di Attilio è «forte» e risiede ne «i germi delle qualità umane» che ogni uomo dovrebbe riuscire a far fruttare, ma, spesso, non può. Si comprende, perciò, l’atteggiamento di cura e di ascolto, la prossimità che egli ha sempre avuto nei confronti di coloro che la qualità della vita umana non sono riusciti in nessun modo ad esprimere e che il dolore ha reso muti.
Mario Palmerio

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